More servicesWindows Live
HomeHotmailSpacesOneCare
 
MSN
Sign in
 
 
Spaces home  LA ZONA DEL CREPUSCOLOPhotosProfileFriendsMore Tools Explore the Spaces community

MSN

Ascolti musicali recenti
Le mie ispirazioni sonore
Ultimi film visti o ri-visti

LA ZONA DEL CREPUSCOLO

proiettili di cera e danzatrici narcotizzate
June 02

Rovine [recensione]

 
 
Locandina del film Le Rovine - The Ruins
 
 

Messico: una terra di mezzo, in tutti i sensi. Luogo di storia millenaria, sfondo quasi predestinato di numerosi drammi di civiltà. Messico: una gola stretta tra due oceani che non riescono a lavare via il sangue versato nel corso dei secoli. Nel mezzo di questo mezzo ribolle il rosso più denso, che incrosta le foreste e, appunto, le rovine di un tempo immemore, impazienti di riemergere dall’oblìo. È proprio in questi recessi della memoria, di una certa geografia archeologica, che il colore della paura può inaspettatamente rivelarsi un po’ diverso da come ci si aspetterebbe…

 

Lo stesso Rovine, in fin dei conti, appare un po’ diverso da come ci si aspetterebbe. E forse è meglio non dire molto riguardo a trama e dintorni, visto che il misterioso pericolo al centro della narrazione, disvelandosi gradualmente e in maniera a tratti inusuale, potrebbe costituire un focale punto di interesse per lo spettatore.

 

Diciamo soltanto che si parte col solito gruppo di studenti americani in vacanza, che se la spassano tra nuotate e cocktails. Già questo potrebbe far storcere un po’ il naso a chi proprio non riesce a mandar giù un certo tipo di cinema horror in voga negli ultimi anni (“allegra comitiva che cazzeggia in un luogo non allegro”), che su queste situazioni si è adagiato comodamente. Il primo atto del film ci introduce appieno nella psicologia dei giovani e all’apparenza spensierati “avventurieri”, mostrandoceli nella loro reazione alla proposta di un turista tedesco: avventurarsi o meno in un sito archeologico non ufficialmente riconosciuto dalle autorità e noto solo a pochi temerari? La risposta potete immaginarla. Da questo momento in poi la tensione salirà pian piano, in un ordito ben calibrato che giocherà abilmente con le aspettative dello spettatore.

 

In tema di antiche maledizioni Maya il cinema ha già detto molto. Per chi è stufo della solita minestra, Rovine offrirà sicuramente un gradevole diversivo, insieme vicino e lontano da determinati clichè di genere. Oltre ad un soggetto ben costruito, anche la sceneggiatura trova i giusti equilibri nel soppesare la tensione senza mai esagerare. Non mancano comunque scene ed immagini molto crude, e in diverse occasioni la narrazione si rivela realistica. Gli effetti speciali sono utilizzati in maniera parsimoniosa e la colonna sonora rimarca alla meglio la tensione.

Di sicuro una buona mossa è stata far scrivere la sceneggiatura allo stesso autore del racconto su cui si basa il soggetto, Scott B. Smith, che ha saputo così cogliere lo spirito della sua opera e trasporlo adeguatamente in chiave visiva.

A trovare una pecca evidente, forse potremmo dire che il finale sembra abbastanza tirato e frettoloso, in vista della precedente opera di imbastimento del pathos.

 

Una curiosità: la pellicola è stata prodotta da Ben Stiller che, con la sua casa di produzione, la Red House, vuole lanciare giovani talenti cinematografici.

 

Insomma, un film che vale la pena di vedere, se non altro per una certa semplicità di stile e di scrittura, che in un genere come l’horror molte volte pagano meglio della spettacolarizzazione forzata.

E se andate in vacanza in Messico, fidatevi soltanto delle guide turistiche.

May 07

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse...

 
 
 
<< Bentornato. Sapevo che era questione di poco, ma non credevo di rivederti così presto, vecchio mio >>.
<< Scommetto che ti sono mancato. Prima stavo riflettendo proprio sul fatto che tra i difetti dei ritorni c'è anche l'opportunità che regalano a qualcuno di sparare frasi di circostanza. Eppure tu non mi sei mai sembrato quel tipo banale di persona >>.
<< Pessimo umore, solita ironia. Sarà quella a salvarti un giorno, credimi. Però non venire a dirmi che preferisci gli addii ai ritorni >>.
<< Preferisco i silenzi. Poi seguono a pari merito addii e ritorni. Ci sono variabili che, a seconda dei casi, fanno la differenza >>.
<< E questo che caso è? >>
<< Il solito caso in cui lascio un luogo che non so se chiamare casa o inferno, per un altro luogo che non so se chiamare casa o inferno. Non c'è molta differenza tra addii e ritorni, in questo caso >>.
<< Ti preferisco quando la butti sul sarcasmo, piuttosto che sulla filosofia spicciola. E a proposito di spiccioli, chissà se nel decimo girone avranno scommesso sul tuo ritorno quelle quattro banconote che gli son rimaste >>
<< Non mi dire che c'è crisi anche qui! >>
<< Spese di gestione, riammodernamento, consulenze...non sai quanto fatichiamo ad adattarci al galoppare furioso e nervoso del nuovo millennio. Non è più come ai tempi di Dante. Ora dobbiamo concorrere coi piani alti per accaparrarci i nostri ospiti. Ma direi che va bene così, più passa il tempo più i tuoi amici se ne fregano della concorrenza, e vengono qui cercando e trovando quel senso di continuità che gli è sempre mancato >>.
<< Già, una costante. Una costante che dia un senso ai vari luoghi che visitano. Anche un fattore di coerenza, se vogliamo, ma non penso che la maggior parte delle gente stia a lì a lambiccarsi il cervello sulle questioni etiche >>.
<< Per carità! Hanno paura e godono nella paura, detto senza girarci intorno. Sanno che se escono da quel circolo di paura poi la loro bussola si smagnetizza e devono fare i conti con la giungla delle buone intenzioni e dell'impegno per ottenere qualcosa di autentico. No, troppo faticoso, meglio imboccare le prime sabbie mobili che trovano e pian piano rincamminarsi verso il basso >>
<< Certo che tu hai proprio capito tutto >>
<< Mi è bastato osservare soltanto l'inizio di tutto per avere le idee chiare. Una volta trovata la chiave, è stata una passeggiata. La fatica è stata mettere su questo posto e tenerlo al passo coi tempi. Come ti dicevo, non possiamo mica far brutta figura con la concorrenza! >>
<< Prima o poi dovrò decidermi a fare un giro da quelle parti. Non so perchè , invece, ogni maledetta volta preferisco tornare qui >>
<< Si vede che sei uno che guarda più alla compagnia che al clima...>>
<< Sì, è così. Ed è anche per questo che esistono i ritorni e gli addii. Per dare una giustificazione alla nostra voglia di lasciarci alle spalle qualcuno oppure tentare di riprendercelo. Per poter dire un giorno agli altri di aver fatto un gesto dal sapore epico ma in realtà dalla consistenza di un remake da quattro soldi di un film banale >>
<< Ed è per questo che sei tornato? Non è la prima volta che lo fai, è una replica di un remake da quattro soldi di un film banale. Ti conviene restare, altrimenti finirai anche con lo stufare te stesso. E ti romperai pure le scatole di piangerti addosso >>.
<< No, sono tornato per dirti che sto per girare la scena madre del mio remake da quattro soldi di un film banale >>.
<< La redenzione dell'eroe caduto? Salverai la tua bella dallo scimmione gigante su di un grattacielo? Morirai in guerra guadagnandoti l'onore in cambioi  del culo? >>
<< Hai visto Into The Wild ? >>
<< Non mi tirare fuori ancora Eddie Vedder, per favore...>>
<< Non la colonna sonora. Il film >>
<< Certo che l'ho visto. Allora? Alaska? Fuga dalla società? Morte da cretino che più cretino non si può? Potrei non farti più tornare, se un domani ci rimanessi secco in quel modo>>.
<< Ora è tardi. Addio>>.
<< Allora vedi che preferisci gli addii ai ritorni...Ok, gira pure la tua scena madre da oscar della mediocrità. Tanto lo so che ritorni presto. E tu sai che qui non si gira nessun film, e gli addii sono soltanto echi di fiamme lontane che riducono in cenere i sogni >>
<< Lo terrò a mente. Stammi male >>.
 
 
 
April 14

Marlene Kuntz @ Auditorium - Roma 12/04/2008

 
 
 
 
 
 
(le foto sono tratte da concertinalive.it)
 
 
Quota otto. Tante sono le volte di cui potrei vantarmi per aver visto la Marlene in concerto. Certo, c'è chi non mi invidierà per nulla o, peggio ancora, chi mi giudicherà come un ascoltatore sfigato di musica sfigata (come già successo in passato). Più semplicemente, qualcuno potrebbe, a ragione, domandarmi: "Ma non ti rompi le scatole ad ascoltare sempre le stesse robe ogni anno?" La risposta è, ovviamente, no. Devo ammettere che stavolta però il rischio c'è stato. Il rischio di assistere ad un rischio, per la precisione. Il tour teatrale, ribattezzato per l'occasione ed emblematicamente "Live in Love", segna in maniera netta il passo rispetto al passato. Come un sudore che si evolve naturalmente in lacrime, e che ha trovato una via di mezzo della sua evoluzione nello "S-Low tour " di due anni fa. Insomma, la Marlene ha cambiato faccia e con essa i suoi abituali abiti, già sfoggiati nell'ultima fatica discografica Uno (album che mi aveva lasciato e mi lascia tuttora un po' perplesso) e si è preparata per le serate di gala. Un rischio, appunto, per chi non è abituato a certe occasioni un po' più formali. Ma potremmo dire che il trio Godano-Bergia-Tesio sa come rinnovarsi e rinnovare il suo guardaroba, e tutto apparentemente senza sgualcire i capi di stoffa più pregiata. Insomma, in qualunque versione suoni, la Marlene ci dà giù di brutto per vigore e dolcezza, per onestà e tenacia.
Devo dire che la mostra di Escher, fuori dall'Auditorium, è stata un buon aperitivo prima del concerto. Perdersi un po' nelle illusioni geometriche del genio olandese ha preparato la mente al distacco col greve mondo reale e fisico . Levitazione cerebrale proseguita poi con l'ingresso nell'Auditorium, dove con leggerissimo ritardo è cominciata la serata musicale. Ad introdurre iil pubblico nelle varie sfumature dell'amore cantato, il reading di uno stralcio letterario tratto da "La Vera Vita di Sebastian Knight" di Vladimir Nabokov. E poi il buio.
Il concerto inizia con Stato D'Animo, e prosegue con un pugno di canzoni tratte da Uno, inframezzate dalla cover di Siberia dei Diaframma. Il pubblico sembra gradire molto l'esecuzione dei nuovi pezzi, e devo ammettere che alcune mie perplessità sono state fugate dalle versioni live. Mi rimane però il dubbio che per i pezzi nuovi Godano e soci abbiano preteso troppo in studio, e qualche incertezza è palese durante il concerto proprio sui brani che richiedono l'uso di vari strumenti e più sforzo vocale. Ad evidenziare questo margine di adattamento non ancora raggiunto per una nuova dimensione musicale, arriva l'esecuzione dei pezzi più consoni all'imprinting chitarristico della Marlene. Quando senti roba come L'Esangue Deborah, Nuotando Nell'Aria, la migliore Ineluttabile di sempre...beh, la differenza si nota. Superato il primo frangente del concerto e la valanga di canzoni tratte da Uno, poi è come ritrovarsi tra vecchi amici, e la dimensione teatrale riesce a passare in secondo piano, perchè le chitarre ci sono eccome.  Le altre due cover eseguite, La Libertà di Giorgio Gaber, e l'epica Impressioni Di Settembre della PFM (pezzo che chiude maestosamente la serata), sono notevoli.
Dopo 20 pezzi si chiude il concerto. Due ore di dolce e vibrante estraneazione. E la Marlene, quando si mostra live, è sempre lei, poco da dire e criticare. E aspetto di arrivare a quota nove.
Un saluto e un grazie a chi stava con me quel sabato sera. Dispiace solo per quel maledetto treno a mezzanotte.
 
 
April 11

Delirio del Demiurgo

 
 
 

 

Uno spazio bianco, fagocitato da un cursore impazzito.

A pensarci bene è soltanto un’appendice della mia mente. Il perfetto specchio virtuale per una immaginazione reale. Istantanee che premono su labili confini e che, una volta fuori da una cornice a notte, evaporano e si condensano in grumi di sangue ancora caldo. Trasfusione di globuli mossi, da visioni e da ri-creazioni. Poi una bella colazione, che c’è sempre di bisogno di energie per voltare pagina, anzi, premere Invio.

Flusso di coscienza sporca. Sporca di rosso-fuoco. Perché le pagine sono tele-visioni, dipinte di alternata passione, per chi ha perso la via satellite. Sintesi emozionali in perenne sospensione tra bianco e nero. Sul filo di una trasmissione di intenti e di una dichiarazione  d’ascolto.  Le sfumature ammantano e soffocano. Disturbano il segnale e oscurano lo schermo della coscienziosità. Non esiste pubblicità per chi vende le proprie scorte d’essenza. Esiste soltanto promozione, senza obbligo di frequenza. 

Ogni tanto mi ritrovo, più narciso che mai, in queste trasfigurazioni di stanze. Attraverso gli specchi inseguo mille bianconigli che corrono in milleeuna direzioni diverse. Mi con-fondo con la lucentezza di un fascino estatico. E ne esco sempre più pallido ed emaciato, con il mio abito elegante sporco dell’ennesimo strato di tempera. Posso soltanto sparare proiettili di cera, mirando a danzatrici già narcotizzate dal tedio di un autunno interminabile.

Le stanze in cui sosto hanno la stessa consistenza delle notti in bianco, ma imbottite di foglie gialle (dello stesso autunno interminabile). Dentro è apnea, mancanza di respiro. Soltanto presenza di sospiro impercettibile. Tutt’intorno è una profondità da esplorare e riportare alla luce. Luce che scioglie in litri d’inchiostro e scalda in gradi di un’estate terminata da sempre. Il punto di ebollizione è a livello Fahrenheit 451, dopodichè tutto quanto evapora e mi risveglio immemore e infreddolito.

Passo le mattine a cercare di ricordare. Poi prendo coscienza e allora mi risveglio sul serio. Creo nuove via di fuga. Immagino architetture solide su cui far poggiare le stanze della mia immaginazione e raggiungere i bianconigli, saltati da chissà dove per chissà dove.  Nelle mie planimetrie è tutto perennemente imperfetto, inutilmente rimirabile. Le uniche tracce che riesco a distinguere sono quelle che ammiccano da una sabbia ancora umida. Poi divento un’onda e argino gli scogli. 

E riverso tutto su uno schermo bianco, fagocitandolo come un cursore impazzito.

March 28

Rec [recensione]

 
 
 

In principio c’erano i castelli. Poi vennero le case e gli inquilini del terzo piano. L’ultimo stadio di questa naturale evoluzione non poteva che riguardare i moderni condomini metropolitani. Perché il male è la specie più immune, che se ne infischia di Darwin e di tutto il circolo razionalistico, e preserva la sua essenza immutabile anche nell’epoca del “sensazionalismo a tutti i costi”  e del Grande Fratello. In altre parole, non è il male ad adattarsi ai tempi, piuttosto è la nostra realtà quotidiana, e tutto ciò che la con-determina, a farsi culla onirica per la buonanotte della anime dannate.

Non stupisce più di tanto, quindi, se un film come Rec  mette in scena un contagio letale, di romeriana memoria, proprio nel luogo in cui, ogni giorno, sbadatamente, cerchiamo di indovinare al primo colpo la nostra chiave di casa dal mazzo. Altrettanto non sorprende l’utilizzo della prospettiva inusuale della camera a mano per raccontarci il decorso letale dei nostri potenziali, adorabili dirimpettai. Rec infatti arriva nove anni dopo The Blair Witch Project e quasi in contemporanea con Cloverfield.

A conti fatti anche la trama non aggiunge né toglie nulla agli stilemi narrativi classici del genere horror-zombie. Il contagio mortale prosegue linearmente sino ad un finale neanche tanto difficilmente prevedibile, e una volta arrivati ai titoli di coda sembra di aver assistito ad un trionfo del “come” sul “cosa”.   

Ma allora dove sta la forza dell’orrore creato da Balaguerò e Plaza?

Paradossalmente, l’impatto espressivo-emotivo suscitato dal film scaturisce proprio dalla “normalità” di cui è pervaso, che amplifica un certo tipo di angoscia che la visione instilla per gradi nello spettatore. Si parte come se stessimo vedendo l’ultimo ritrovato dei reality show, dal titolo programmatico Mentre voi dormite, con la bella Angela e il suo fidato cameraman Pablo, che ci introducono nel mondo dei Bomberos (pompieri) di Barcellona. Sequenze di un mondo che nella sua intimità ignoriamo, ma concreto e reale, che si ripete quotidianamente, giorno e soprattutto notte, nella stessa caserma. Una notte di lavoro come tante altre, insomma, ma con la presenza di un occhio indiscreto che documenta una realtà ignorata dai più. Poi arriva una chiamata: in un palazzo una anziana signora è rimasta chiusa dentro casa. Una chiamata come tante altre, no? No.

Il delirio inizia da qui, da una situazione da Real Tv, per capirci. Da questo momento, se non fossimo al cinema, ma osservassimo il proseguire del programma in una qualsiasi tv, faremmo fatica a ricoscere il vero dal falso. L’orrore ci viene mostrato per gradi, pezzo dopo pezzo, movimento dopo movimento. Siamo prigionieri di una prospettiva sgangherata e sgangherabile, perché è Pablo la prima persona ad essere preda degli eventi. E Pablo, dopotutto, non è la proiezione invisibile (in uno spezzone se ne vedono solo le scarpe) di noi spettatori? Siamo terrorizzati ma allo stesso tempo inchiodati al nostro dovere di occhio impertinente, affamato di immagine. Diventiamo i cannibali dei nostri cannibali. Siamo noi  a guardarci intorno affannosi, a correre, ma sempre attenti a non allontanarci troppo. Non abbiamo scelta. Il nostro libero arbitrio si riduce a piani, sequenze e prospettive di morte.  

Ecco, il cinema spagnolo ci regala quest’esperienza con un budget ridicolo, facendo a pezzettini tanto strombazzato horror con cui Hollywood continua ad inflazionare il genere e riempire di spazzatura le nostre sale. Balaguerò e Plaza non ci offrono di certo un capolavoro, ma un gioiellino che ha saputo trovare il giusto equilibrio tra, appunto, il “come” e il “cosa”, dosando bene gli ingredienti giusti.

March 05

Tutti i gradi del Maresciallo

 
 
 
"Ma se ne sentiva davvero il bisogno?"
Questa la domanda spontanea che più e più volte è affiorata nella mia mente (e non credo di essere il solo ad esserselo chiesto) dopo aver assistito al ritorno del Maresciallo Rocca in televisione con una puntata nuova di zecca divisa in due parti (praticamente un film-tv diviso in due puntate).
Ma prima della critica sgombriamo il campo dagli equivoci e parliamoci chiaro: Rocca è Rocca. Pochi cazzi. Quando parliamo di questa serie tutta italiana parliamo di uno degli eroi più memorabili del piccolo schermo, imprescindibile dall'interpretazione di Gigi Proietti e allo stesso tempo immediatamente riconoscibile in un contesto in cui anche i piccoli ruoli hanno una loro parte integrante nell'economia generale della narrazione. Parliamo di una serie riconoscibile per la caratterizzazione dei personaggi secondari ma anche in termini di plot episodici. Parliamo di una serie televisiva che nel 1996 ha segnato un punto di svolta, oltre che nell'immaginario dello spettatore di vicende a sfondo giallo-poliziesco, anche e soprattutto per la stessa fiction Rai. E parliamo chiaramente della serie grazie a cui la città di Viterbo ha acquisito meritatamente un po' di visibilità.
Il Maresciallo Rocca ha esordito in un contesto in cui la formula televisiva della serie "all' italiana" era la consuetudine. Negli anni '90 infatti proliferavano su rai e Mediaset diverse fiction che risultavano essere un ibrido tra la formula eroica americana e la serialità da romanzo d'appendice (Amico Mio, Un Prete Tra Noi, ecc. ). Una vera e propria anomalia tutta italiana, con pregi e soprattutto difetti annessi. Da una parte c'era la capacità di coniugare la novità della serie episodica e dei suoi eroi con la modalità di costruzione e fuizione consuete per il pubblicoe gli sceneggiatori italiani, e cioè quelle della miniserie; cià sta alla base del successo che per alcuni anni ha arriso a questo formato, cui va riconosciuto l'indubbio merito di aver sdoganato la serialità domestica dal ghetto in cui era stata confinata per anni. Dall'altra parte questa sorta di commistione di formule differenti ha portato gli sceneggiatori italiani a privilegiare la parte d'appendice a discapito di quella che dovrebbe costituire il vero e propio nucleo narrazione. Il risultato è che la linea narrativa orrizontale (interepisodica), all'interno di serie ad esempio di 6 o 8 episodi, veniva privilegita a scapito della linea narrativa verticale (intraepisodica). Ciò ha portato il pubblico a concentrare la sua attenzione sulla conclusione della storia d'amore dilazionata per tutto il corso della serie. Insomma, se una serie parlava di medici alla lunga si perdeva il focus dell'attenzione sulle vicende professionali, interessandosi dello sviluppo dei tira e molla tra il dottore e la sua amata.
L'unico titolo italiano sfuggito a queste contraddizioni è, manco a dirlo, Il Maresciallo Rocca. Nella prima stagione la linea orizzontale c'è (Rocca, vedovo con figli, si innamora e poi sposa una farmacista). Ma questa linea orizzontale ha un peso marginale nella serie: qui sta la bravura degli sceneggiatori. Non che il buon Rocca tradisca il dogma della centralità degli affetti che caratterizza la serie all'italiana. Ma esso, ad esempio, si realizza tramite frequenti personalizzazioni delle indagini, con i familiari di Rocca coinvolti a turno in qualità di vittime o colpevoli potenziali. La stessa continuing story sentimentale è scandita in questo modo: la farmacista (Stefania Sandrelli), proprio nell'imminenza del matrimonio col maresciallo, finisce in galera, ingiustamente accusata di un delitto, mentre nella terza serie viene addirittura uccisa a causa di un'indagine del marito. Modo brutale ma indubbiamente efficace di rimozione di un personaggio sentito come un ostacolo alla prosecuzione della serie ed evidentemente percepito come secondario. Il pregio di questa strategia narrativa sta nel mantenere, in una serie eroica concepita secondo un modello episodico, la centralità del caso investigativo. Gli stessi casi investigativi nelle prime due stagioni della serie sono di alto livello, a volte si sfiorano alti livelli di pathos e tensione drammatica.
Dalla quarta serie in poi Il Maresciallo Rocca ha inevitabilmente cominciato a ripetersi, sia per quanto riguarda i casi che il plot sentimentale. L'entrata di una nuova fiamma nella vita del carabiniere ha portato al reiterarsi di meccanismi già vecchi, con alto tasso di prevedibilità dell'azione. Sicuramente oggi come oggi la freschezza della formula originale non c'è più.
Ed eccoci all'ultimo episodio della saga andato in onda, Il Maresciallo Rocca E L'Amico D'Infanzia. Giovanni Rocca viene richiamato all'avventura dalla morte di un suo "mentore" , un anziano calzolaio, a Roma. Al funerale incontra una coppia sposata di suoi amici d'infanzia, la cui lei è una vecchia fiamma del maresciallo. Chiaramente verrà scoperto che entrambi sono coinvolti in vario modo nell'uccisione del povero ciabattino. E chiaramente ci sarà il solito plot sentimentale con annessa crisi tra i personaggi interpretati da Proietti e la Pivetti.
La narrazione si trascina stancamente per la prima parte della vicenda, in cui ti chiedi dove in effetti si andrà a parare. Ma non te lo chiedi perchè stai lì tenuto col fiato sospeso, ma perchè è proprio la narrazione ad essere confusionaria. E quando nella seconda il ritmo sembra risollevarsi, ti accorgi che a portare avanti l'azione sono degli artifici molto forzati. Due esempi: per puro caso viene ritrovata una automobile, oggetto chiave dell'indagine, dai carabinieri in mezzo al bosco, lì per chiacchierare del più e del meno (c'erano altri mille modi più credibili); per puro caso, in mezzo alla campagna viene istituito un posto di blocco, in cui per puro caso l'unica macchina che passa è quella del rapinatore ricercato, il quale naturalmente scappa braccato dalle forze dell'ordine e si rifugia, udite udite... nel suo casale, portando i carabinieri dritti nella tana dell'orco,  a svelare indizi fondamentali. Anche l'interpretazione di Giancarlo Giannini nei panni dell' "amico di infanzia" (che già dal titolo capisci che è lui l'assasino) sembra un'occasione sprecata. Senza dubbio è stata una delle vicende più prevedibile e meno appassionanti della storia della serie.
Insomma, se da una parte fa indubbiamente piacere ritrovare Gigi Proietti qui a Viterbo sul set, dall'altra è tangibile la carenza di idee degli sceneggiatori, che prima o poi si trovano a ripetere gli stessi clichè narrativi. C'è di buono che almeno stavolta si sono limitati ad una sola storia e non ci hanno propinato una nuova stagione.
 
February 19

Ora, rimangono solo Le Labbra

 
 
February 06

Toh, un po' di roba mia per la rete...

 
 
 
Per chi fosse interessato.
 
Qui trovate L'Ultima Stanza A Sinistra, il racconto che ho scritto per il concorso Scrittore D'Albergo-Golden Book Hotels, e che è stato pubblicato sul sito dell'associazione. Di questo comunque ne parlerò a breve in uno dei prossimi post. Intanto leggetevelo e semmai fatemi sapere che ne pensate.
 
Qui la mia recensione di No Country For Old Man.
 
Qui la mia recensione di 30 Days Of Night.
 
Qui sotto l'intervista che Robert Englund (sì, il Freddy Krueger di Nightmare), a Roma per cercare delle location per il suo prossimo lavoro da regista, ha concesso a noi dello staff di Proiezioni Mentali. Quel bel ragazzo che parla con lui è il nostro traduttore, che sembra uscito dalle vallate scozzesi per il suo accento. Le domande le ho scritte io. E' stata una bell'esperienza, anche perchè Englund è molto gentile e simpatico, oltre che chiacchierone. Qui la traduzione della chiacchierata.
    
 
 
    
February 03

No Country For Old Man

 
 
Un po' in anticipo sui tempi rispetto all'effettiva uscita in sala (uscirà il 22 febbraio), ho avuto modo di vedere in anteprima il nuovo film dei fratelli Coen, tradotto in italiano come Non E' Terra Per Vecchi. Nessun mulo di mezzo, è stata la mia prima visione da pseudo-giornalista infiltrato nella sede romana della Paramount. E devo dirvi la verità, non potevo essere più fortunato, vista l'immensità della pellicola in questione.
Per una volta posso davvero vantarmi di aver visto per primo uno di quei film che riassumono la concezione del Cinema con la C maiuscola. I Coen hanno adattato in maniera impeccabile per il grande schermo l'omonimo romanzo di Corman McCarthy, traslando la vicenda ai nostri tempi: i ladri di bestiame lasciano quindi il posto ai corrieri di droga, in un mondo in cui le piccole città diventano zone franche. 
La storia comincia quando Llewelin Moss (Josh Brolin) trova un camioncino circondato da cadaveri. Un carico di eroina e due milioni di dollari sono ancora nel portabagagli. Prendendo i soldi, Moss fa partire una reazione a catena di catastrofica violenza che nemmeno la legge, nella persona del vecchio e disincantato sceriffo Bell (Tommy Lee Jones), riesce ad arginare. Mentre Moss cerca di fuggire dai suoi inseguitori, in particolare dal pazzo e sanguinario Anton Chiguhr (Javier Bardem), il film riesce a mettere a nudo il crime drama americano ampliandone gli orizzonti, fino a ricomprendere tematiche antiche quanto il mondo ma dannatamente contemporanee.
La forza di questo film sta nei personaggi (come diceva Fitzgerald: character is action), che popolano un Texas terra di confine in tutti i sensi, in cui le regole non contano. Anche la natura umana, nel suo essere benigna o maligna, si scontorna in continuazione. Sconvolto dalla realtà in cui vive, lo sceriffo Bell rappresenta il forte e disperato anelito verso un ritorno ad un più onorevole passato in cui le cose funzionavano meglio.
Moss è un bravo vecchio ragazzo texano con un cuore d'oro che non avrebbe mai infranto la legge prima di imbattersi in una cifra spropositata per caso. Al terzo vertice del triangolo morale del film sta Chigurh, il personaggio interpretato dallo stellare Javier Bardem, che l'oscar se lo meriterebbe tutto.E' un insolito cattivo, folle ma allo stesso tempo metodico e con uno strano senso dell'umorismo.
Da citare anche le otttime interpretazioni del cast femminile, non direttamente protagoniste ma essenziali alla vicenda: Kelly MacDonald e Tess Harper fanno decisamente la loro parte.
No country For Old Man si pone sicuramente ai vertici della produzione dei fratelli Coen, e per quanto mi riguarda, pur essendo solo a febbraio, può benissimo essere il film dell'anno.
January 21

Cominciare bene il 2008

 
 
Ok, gente. Lasciamo da parte per un po' le solite paturnie (anche perchè non è periodo).
No, non mi è stato donato nessun elisir di benessere nè tantomeno ho fatto incetta dei preziosi manuali del "vivere meglio" di Raffaele Morelli.
Si è semplicemente verificata una coincidenza tra le convenzioni temporali gregoriane e un personalissimo defrag di sistema. I frammenti finalmente hanno trovato una loro collocazione in uno spazio armonico, e fa niente se la cornice è a giorno (le cose più semplici sono quelle più efficaci).
E' stato (è tuttora) un processo naturale. Per vederci più chiaro devi per forza passare per gli anfratti più bui, e ricordare bene dove hai messo i piedi. Solo dopo puoi esplorare le ampie vallate dell'imprevisto in piena coscienza. Questo è un po' il percorso che credo di aver attraversato in questi ultimi tempi. Che poi, guarda un po', è come se la consapevolezza avesse seguito un binario tutto suo, senza accorgersi che in parallelo correva un Eurostar di nome Tempo, che strappava fogli-stazione numerati dietro di sè. Entrambi sono passati per le stesse stazioni: 2006, 2007, 2008.
Ora come ora mi viene da guardare indietro: cosa ho lasciato in queste stazioni, quali oggetti smarriti ci ho trovato, quali coincidenze ho perso. Eccetera eccetera. Poi mi accorgo che è curiosa la faccenda, proprio perchè coincide coi numeri. E proprio perchè ogni volta che ci penso scorgo sempre nuove chiavi di lettura per il presente che sto vivendo.
2006: è stato l'anno per me più stressante dal punto di visto emotivo. Una laurea in dirittura d'arrivo nonostante lo scarso entusiasmo. Gli interrogativi su che strada prendere dopo. Bei concerti. Una persona importante con cui tutto va a puttane. Amici che vedo e non vedo o vedo fino a un certo punto. La solita soffocante Viterbo.
2007: l'anno interlocutorio per eccellenza. Una nuova sfida come la specialistica a Roma. Una nuova sfida come la città di Roma. Una nuova sfida come quella di tagliare i ponti con certe comode abitudini. Nuove e stimolanti conoscenze. I soliti amici che vedo e non vedo o vedo fino a un certo punto (per alcuni il punto è di non ritorno). Vipere gaie pronte a pugnalarti alle spalle, e con ottimo esito. Falsità a go-go. Una certa amarezza che proprio non va via. Delusioni sparse. Bei concerti (quelli non mancano mai). Una coltre persistente di ruggine al cervello che mi oscura certe priorità. Il tentativo mai insistito di capire che cosa diavolo sta succedendo. Confusione su tutti i fronti.
2008: l'alba di un tentativo per l' uomo nuovo. Stavolta credo di essere consapevole, sto tenendo ben salde le mani sullo sterzo della mia vettura (che non avrà tanti cavalli dalla sua, ma i suoi bei chilometri so che se li copre). Ho una visione chiara di come stanno le cose. E ho dalla mia una volontà e una voglia di spaccare il mondo che non penso di aver mai avuto prima. So quali sono le mie priorità. Ho tagliato i rami secchi, le erbacce. Cerco di tenermi intorno solo gente che merita. Finalmente ho trovato il coraggio di essere stronzo quando occorre e con chi lo merita. Basta con le commiserazioni e gli autocompatimenti. Ho diversi progetti a cui sto lavorando. Al giro di boa credo di aver finalmente fatto venire alla luce quelle motivazioni che per un motivo o per un altro mi ostinavo a tenere in understatement. Viterbo comincia a piacermi sul serio. E non è poco, credetemi.
Non l'avrei mai pensato, ma stavolta credo di aver cominciato bene il 2008.
Dita incrociate.
 
 
View more entries